sabato 1 settembre 2012

Attacchi di panico: cause, sintomi, paure e cure


Articolo tratto da Il Salvagente

Come si manifestano
Improvvisamente e senza nessuna motivazione apparente, avvertiamo una fortissima sensazione di paura, come se fossimo colti da un infarto (tachicardia, sudorazione, tremore, angoscia) e stessimo per morire. Tuttavia, il disturbo si risolve nello spazio di alcuni minuti e, in genere, riprendiamo le nostre attività senza sforzo. Non sempre questa esperienza è priva di conseguenze: ci sono casi, infatti, in cui dopo un certo periodo di tempo l’attacco di panico può manifestarsi nuovamente con caratteristiche analoghe. La paura che l’attacco possa ripetersi genera un’altra forma di paura: la paura anticipatoria, che ci porta a chiedere aiuto alle persone care (farsi accompagnare per non trovarsi da soli nel caso di un attacco di panico). Il susseguirsi di questi episodi determina la malattia.

L’origine del disturbo
Alla base dell’attacco di panico ci sono sicuramente ipotesi biologiche: nel cervello esiste un’area, l’amigdala, coinvolta in processi emotivi attivati da alcuni neurotrasmettitori, quali la noradrenalina e la serotonina. Si ritiene che l’alterazione di questi neurotrasmettitori sia alla base di queste patologie. Va sottolineato che questi disturbi sono sempre il risultato di tre fattori: biologico, legato al cervello e alla genetica; psicologico, legato all’esperienza della propria vita e ambientale. Viviamo in una società piena di “pericoli”, è normale provare paura e quindi talvolta panico.

Il ruolo della paura
La paura è un segnale innato e preziosissimo, un meccanismo di difesa che consente di percepire i rischi intorno a noi: è bene che il bimbo abbia paura del buio; se corresse spensierato nell’oscurità, finirebbe prima o poi per rompersi la testa. È solo un esempio per far capire che di fronte ad un pericolo è normale aver paura: questo ci consente di percepire il rischio. Naturalmente, ci sono diversi livelli di percezione del rischio: c’è chi, come l’eroe, non solo non percepisce il rischio, ma quando lo percepisce viene addirittura stimolato ad affrontarlo. C’è chi, invece, ha una soglia bassa della paura e, quindi, avverte di più i rischi, si potrebbe dire che avverte rischi dappertutto. La paura si basa su più variabili di percezione del rischio, che possono portare ad avere “paura di nulla”, “di tutto” e persino “paura della paura”: è proprio in queste condizioni che il meccanismo di difesa può rompersi e tradursi in patologia.

Le cure
Si va dalla terapia farmacologica, alla terapia psicoanalitica o alla terapia comportamentalistica: è chiaro che queste terapie, in alcuni casi, possono essere associate tra loro. Quando i disturbi sono gravi ed estremamente limitativi, come nel caso degli attacchi di panico, è indicata la terapia farmacologica, in grado di curare l’angoscia (in spagnolo angustia - strettezza), che si esprime con la sensazione di non farcela, di impotenza. Esistono dei farmaci in grado di contenere l’ansia: si tratta di una categoria di antidepressivi (SSRI), inibitori selettivi del riassorbimento della serotonina. A questi farmaci possono essere associati i tranquillanti, che agiscono solo sul sintomo. Alle terapie farmacologiche, di urgenza e contenimento dell’intensità dell’angoscia, devono essere abbinate le terapie psicologiche, necessarie per scoprire il perché di quella paura. Da qualche anno, nell’ambito delle psicoterapie, si tende a utilizzare anche la terapia comportamentalistica, che consiste in una serie di sedute in cui si cerca di riabituare la persona a percepire un oggetto in modo positivo (l’aereo è comodo, è il mezzo di locomozione che ha meno incidenti, statisticamente è il più sicuro ecc...). Si tratta di una terapia di desensibilizzazione.
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